mercoledì 11 febbraio 2026

Piccola storia di un asino innamorato (20)

 Poco dopo uscivano entrambi dalla capanna, Luciano stiracchiandosi attorno felice, Aristide con addosso qualcosa di strano che se avesse potuto capire, avrebbe capito che era una consapevolezza diversa di sé.
Ma torniamo a noi.
Che si diceva intanto nella fattoria giù, quella in pianura, quella circondata da campi e canali ricchi di acque?
Andiamo a vedere e a sentire.
Il gro e sso e panciuto somaro (avrà pure lui un nome, no?) si sta svegliando, nervoso come al solito. Anzi più del solito perché gli era improvvisamente tornata in mente la fuga di Aristide. Sì, proprio così l'aveva pensata e l'aveva chiamata: la fuga.
Perché, certo, che cosa era la sua sparizione se non non la fuga dai lavori pesanti della stagione autunnale? Il lavoro nei campi, il trasporto della legna dal bosco alla fattoria nell'imminenza dell'inverno, la raccolta delle olive.
Ecco, visto, se ne era andato perché non aveva voglia di lavorare. Un lazzarone, ecco cos'era quel somaro!
Un lazzarone che pensava di essere come un cavallo e perciò aveva voluto imparare a nitrire.
Sì, ma come aveva fatto a nitrire?
Lui ci si era provato mille e più volte, ma gli erano uscite solo delle più o meno sonore ragliate.
Forse Aristide si era esercitato di più ma possibile che lo avesse fatto? Lo sapevano tutti che era uno scansafatiche e che se ne stava ore intere al bordo dell'aia a guardare.
A guardare cosa, poi?
Dopo l'aia c'erano i campi e dopo i campi c'erano i canali e dopo i canali c'era il bosco e dopo il bosco c'era...
Cosa  dopo?
E che ne sapeva lui di cosa c'era dopo!
Mica c'era mai andato più in là del bosco.

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