Il piccolo rise: "sei tu il mio papà" e lo disse con un'ovvietà sconcertante.
"Chi? io?" e in silenzio gridò: "LUCE, cosa stai combinando? mio figlio? e come si fa a tirare su un figlio? farlo crescere bene ed amarlo? Lo sapevo che non avrei potuto stare tranquillo!" Era emozionato e felice. Aveva rinunciato alle gioie coniugali ed ora si ritrovava con un somarello che lo guardava fiducioso, pronto a seguirlo in capo al mondo.
"Come ti è venuta un'idea simile?" ma mentre glielo chiedeva, scuoteva la testa, conscio dell'inutilità dei suoi sforzi.
"E' venuta, non so come, ma è venuta". Luciano si mise a fare capriole intorno ad Aristide, felice di esistere e di annusare l'erbetta fresca e profumata.
"E' meglio non fargli altre domande perché non sono sicuro di capire le risposte" si disse a bassa voce mentre risaliva la collina guardando con stupore il piccolo che gli scorrazzava vicino, un po' più avanti o un po' più indietro a seconda della direzione delle mosche e delle farfalle.
Rimase in silenzio per lungo tempo. No, non riusciva a capire, ma era bello, tutto straordinariamente bello.
Si riscosse quando una folata di vento freddo gli passò tra le orecchie, facendolo rabbrividire leggermente.
"Luciano" chiamò con una nota di preoccupazione nella voce e lo ripeté più forte e più preoccupato quando non lo vide arrivare.
"Dove lo cerco?" si chiese guardandosi intorno nell'aria rapidamente fresca della sera. Il sole, con un improvviso bagliore, gli parve che indicasse un boschetto alla sua sinistra e verso questo punto Aristide si diresse caracollando.
"Luciano" gridò con quanto fiato aveva in gola "vieni qui. Dove sei? Hai bisogno di aiuto?" continuo poi piano: "mannaggia a me e ai miei sogni. Che padre sono? Non so nemmeno dove è finito il mio piccolo!"
E lo vide. Lo vide arrivare come un razzo, rosso in volto e con la coda dritta dietro di sé. Gli arrivò di fronte tutto sudato e con il fiatone.
"La predica la faccio a me o a lui?" si domandò perplesso.
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