Allora si rimisero in cammino, dopo aver ancora mangiato di quei cardi tenerelli.
Il sole splendeva alto nel cielo, l'aria era fresca e profumata, Aristide si sentiva il cuore leggero e pensava con soddisfazione che tutto sarebbe andato bene.
Al tramonto del sole erano arrivati, affaticati dal camminare in salita, su un piccolo pianoro: pochi cespugli radunati insieme, poca erba già parzialmente ingiallita e larghe pozzanghere d'acqua dovute alla pioggia caduta recentemente.
"Ho fame" disse Luciano.
"Pure io" rispose nella sua mente Aristide.
Era come se il sole fosse scomparso anche se, in realtà, rosso e fiammeggiante si presentava sul bordo del pianoro, ad Aristide sembrava che fosse scesa la notte.
"LUCE dove sei?" mostrami dove andare, che qui è difficile dormire e mangiare.
"Ho fame" ripeté il piccolo somaro, guardandolo pieno di speranza.
Aristide si guardava intorno ma tutto quello che vedeva erano solo le ombre dei cespugli che si allungavano.
Cominciò a sentirsi insicuro. Cosa aveva fatto? Perché aveva lasciato quel bel campo con i cardi? E la capanna con la paglia e le foglie secche?
Qui di secco c'era ben poco, tranne lui che non rispondeva al suo giovane amico.
Si riscosse.
"Guarda Luciano, c'è un po' d'erba non ancora ingiallita. Stai attento a non mangiarne molta, dato che è bagnata, e potresti perciò stare male.
Mangia quella asciutta e poi, se hai sete, bevi.
Luciano cominciò a cercare l'erba asciutta e poco dopo brucava.
Anche Aristide brucò distrattamente un po' d'erba. Certo non era di suo gusto, era rada e difficile da mangiare ma, soprattutto, aveva il pensiero di dove avrebbero potuto passare la notte.
Cominciava a far freddo.
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