Da bambina, preadolescente, giocavo in un locale ampio, pieno di sole.
Immaginavo di essere su uno yacht - un'orribile crosta regalata a mio padre da una persona che pensava di essere un artista - che navigava nell'oceano.
Una burrasca, una tempesta, onde altissime, vento sferzante, paura, lamenti, fino all'inabissarsi dello yacht.
Io lottavo per rimanere a galla, sentivo le onde su di me, la tensione nei muscoli, il vento ruggente.
Ma trovavo un relitto. il dipinto, e mi arrampicavo sopra, con un remo e un pezzo di tela per vela.
Giacevo lì sopra sdraiata per ore.
Come dopo uno scampato pericolo, come dopo aver trovato un posto di salvezza.
E la zattera andava, spinta da un vento ora forte, ora lieve.
I viveri, non so come, c'erano. Appariva quello di cui avevo bisogno, che fosse acqua o indumenti.
C'era solo una cosa che detestavo con tutta me stessa, quando il vento cessava ed io mi ritrovavo ferma, immobile. Ore intere, pomeriggi interi.
Fantasie di gioco? Non l'ho mai pensato. Quello che sperimentavo era così intenso da essere reale.
Come se già venisse prefigurata la mia vita.
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