I due somari andarono così per alcune ore, fermandosi ogni tanto per brucare e per bere. Acqua in abbondanza sì, acqua ce n'era molta, non sarebbero morti di sete.
Ed ecco ripresentarsi ancora il pensiero del cibo: di sete non sarebbero morti, ma di fame? Cosa avrebbero trovato in cima alla montagna?
Ricordava ancora l'aspetto dei somari che erano venuti alla fattoria qualche tempo prima. Erano magri, il pelo un po' ispido e gli zoccoli consunti. Ed erano venuti a bussare perché non avevano nulla da mangiare.
Ma se ricordava questo era giusto che ricordasse anche le loro parole di ringraziamento ma, soprattutto, doveva ricordarsi dell'istante nel quale era stato come se avesse visto l'estrema bellezza, la pace totale, il senso di appartenenza, la verità sulla sua vita e, insieme a tutto questo, una luce magnifica, un qualcosa di luminoso che lo aveva fatto sentire amato. Ecco, sì, il nome era giusto: LUCE.
Aristide scrollo le orecchie e, come risvegliandosi da un sonno, si guardò attorno per trovare un riparo per la notte. Infatti il pomeriggio volgeva al termine e, sebbene fosse sereno e senza vento, l'aria era piuttosto fredda.
Luciano caracollava lì vicino e Aristide lo chiamò dicendogli di aiutarlo a cercare un posto dove riposare per la notte.
Vicino però non c'era nulla che potesse assomigliare ad un ricovero sicuro ma Aristide non si perse d'animo: cominciava la montagna, la collina era quasi annullata dalle rocce poco più avanti.
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